Conosci te stesso: tattiche di evasione

Claudio Kulesko

peter zapffe

Peter Wessel Zapffe: The Last Messiah
The Last Messiah, del  filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe, ha senza dubbio segnato un punto di svolta  per  il pessimismo filosofico. Tanto le argomentazioni, quanto le conclusioni messe a punto da Zapffe, colpiscono per l’estrema radicalità. Pur configurandosi come uno dei fondatori del pensiero ecologico, Zapffe si distanzia dalla militanza caratterizzante l’ecologismo profondo, individuando nella natura una componente dominante di tipo tragico: un orrore naturale, onnipervasivo, che si manifesterebbe nello stato di costante sofferenza dei viventi, nonché nella loro morte.
Per Zapffe, la coscienza umana, definita come “ipertrofica”, non sarebbe altro che un prodotto anomalo dell’evoluzione, un prodotto che, mentre favoriva l’espansione della nostra specie, contribuiva a renderci sempre più lucidi e consapevoli della carneficina che ci circonda (e alla quale prendiamo inevitabilmente parte). L’essere umano avrebbe sviluppato e messo in pratica, nel corso della sua storia evolutiva, una raffinata strategia di evasione dalla coscienza del reale, una strategia composta da quattro momenti. Questo breve scritto tenta di delineare proprio questi quattro momenti e le loro relative conclusioni.

Isolamento: la prima e fondamentale tattica di evasione del reale. Si tratta di una rimozione totalmente arbitraria dalla coscienza di ogni pensiero inquietante e/o distruttivo. La repressione dei pensieri negativi da parte dell’individuo si manifesta a livello sociale come una sorta di “omertà” nei confronti di alcuni temi delicati che non devono essere toccati all’interno di una conversazione, trattasi più o meno degli stessi argomenti dai quali i bambini dovrebbero essere preservati: “sesso, cesso, morte”. La sfera che nei rapporti umani regolamenta le tematiche isolate è il “tatto”. La scelta da parte di Zapffe dello specifico termine ‘tatto’ farebbe pensare in questo contesto a un duplice significato: da una parte esso rimanderebbe alla delicatezza con la quale ogni giorno (a volte con scarso successo) tentiamo di dialogare con gli altri, dall’altra, per semplificare, potremmo fare riferimento al tatto necessario a comunicare a qualcuno una brutta notizia.

nell’affrontare in un dialogo argomenti ‘taboo’ o ‘difficili’, è sempre necessario praticare numerosi avvitamenti, mirati a non destabilizzare la sensibilità dell’interlocutore. Disseppellire dall’isolamento argomenti come morte, pensieri suicidi e follia, o mostrare disgusto per attività quali il sesso o il nutrimento, o, ancora, puntare l’attenzione sulla futilità di certi comportamenti o sulla vanità stessa dell’esistenza, significherebbe disseppellire il rimosso, violare un contratto non scritto. Anche l’uso del termine ‘disseppellire’ non è qui adottato in modo casuale, per Zapffe, infatti, l’esperienza primordiale di isolamento è proprio la consuetudine umana di seppellire i cadaveri dei propri morti, inquietanti memento mori nonché (nella magistrale descrizione dell’isolamento tratteggiata da Thomas Ligotti nel suo La Cospirazione Contro la Razza Umana) paradossali “cose”, che in precedenza furono persone. “Isolamento” indicherebbe per estensione anche un determinato meccanismo sociale – frutto dell’adattamento della specie e volto a preservare intatti gli scopi dell’agire umano –  messo in atto dalle comunità umane: ogni gruppo tenderebbe infatti a isolare elementi che manifestino eccessivo disagio esistenziale e pessimismo, o che infrangano troppo spesso le regole del tatto. Il taboo conseguente ai meccanismi di isolamento svolge perciò la funzione di struttura fondamentale di tutti i rapporti umani, permettendo il dispiegarsi dell’attività umana e l’espansione continua delle aree in cui ciascun individuo agisce (la famiglia, il gruppo, il lavoro, la società di appartenenza).

Ciò che la rimozione maldestramente vorrebbe sottrarre agli occhi della coscienza è, per Zapffe, ciò che costituisce la maggiore continuità con gli altri organismi viventi, ovvero la centralità dei processi di nascita, riproduzione e morte, costellati dall’ampio corollario di tutti quegli avventimenti spiacevoli sintetizzabili attraverso la parola “sofferenza”.

Ancoraggio: questa tattica di evasione consiste in una produzione di legami, se non addirittura di catene, che ci permettono di ‘avere’ una realtà o di esperirne un senso. Gli ancoraggi possono essere consci come nel caso degli obiettivi e degli scopi o inconsci come accade per oggetti posseduti, famiglia, stato e religione. La prima forma di ancoraggio è per Zapffe l’attacamento parentale infantile, un modello che funzionerà da archetipo per tutti i legami successivi – dalla scuola al mutuo, fino alla penna che il mio compagno di banco mi ha sottratto.

L’ancoraggio è messo a dura prova da alcuni istanti epifanici, claustrofobici, spesso vissuti  proprio all’interno di un gioco sociale, durante i quali ci si avvede dell’arbitrarietà delle nostre “verità”: quando si è bevuto un po’ troppo, o quando ci si ferma un attimo a contemplare la massa della quale si faceva parte un istante prima, o quando ci si osserva in terza persona mentire ai propri familiari o quando…O quando enormi sconvolgimenti socio-politici, veri e propri spasmi della storia, travolgono le nostre vite: guerre, rivoluzioni, crisi economiche, cataclismi di ogni genere denudano la vita fino a mostrarne l’ossatura. Jean Amery (Hans Chaim Mayer) nel suo fondamentale Un Intellettuale a Auschwitz racconta proprio questa sua lenta discesa verso il nucleo dell’esistenza. Amery vive la vita mentre essa si disgrega pezzo pezzo, mentre passa dalla strada a una prigione delle SS, e da questa al campo di concentramento: ciò che rimane, infine, è solo un pezzo di carne. Amery mostra con estrema crudezza come il sapere stesso, le conoscenze e le idee che ci apparivano così brillanti, e che magari ci facevano sentire “elevati” rispetto agli altri, siano perfettamente inutili all’interno di un campo di concentramento. La brutalità della vita descritta da Zapffe è presente ad Auschwitz in forma addirittura ovvia, materializzata nelle violenze inflitte dalle vittime ad altre vittime.

Nella prospettiva di Zapffe, gran parte dell’esistenza umana sarebbe fondamentalmente costituita dalla ricerca di ancoraggi, cardini che possano sostituire o rafforzare le nostre verità e mascherare la sofferenza quotidiana. Tuttavia, il grande problema degli ancoraggi è che fanno sentire gli individui ‘legati’, costretti e soffocati (come ci ha insegnato la psicanalisi), entro limiti angusti; tenderemmo, perciò, a volerci sentire liberi recidendo i lacci che definiscono la nostra esistenza. Il momento del “taglio” degli ancoraggi è l’istante in cui, desiderosi di ritrovare una vita autentica e autosufficiente, rischiamo di precipitare nel vuoto dell’assenza di significato: gli stessi ancoraggi erano il significato dell’esistenza, essi definivano i nostri “contorni” individuali.

Distrazione: “è tipico persino nell’infanzia; senza distrazione, l’infante è insopportabile anche per se stesso”. Come Pascal suggerisce nei Pensieri (anzi come afferma con violenta disperazione), l’essere umano necessita di continue distrazioni, senza di esse il senso della sua esistenza si dissolverebbe come fumo nel vento. Lasciato a sé stesso l’individuo si mescola con l’ambiente circostante fino a scomparire; si spegne lentamente di morte naturale o si toglie la vita. La distrazione è il metodo principale con cui gli umani portano avanti la ‘cospirazione’ dell’isolamento nonché l’unico modo conosciuto per sopportare gli ancoraggi. Chi spenderebbe buona parte della propria esistenza a lavorare per mantenere una famiglia se non potesse spendere parte di quel denaro in distrazioni? Chi servirebbe lo stato se non gli fosse poi riconosciuta una certa partecipazione alla gloria di quello stesso stato?

Il desiderio di distrazione è intrinsecamente compenetrato dal senso di mancanza. In alcuni passi dello Zibaldone, di Giacomo Leopardi, l’angoscia e l’incompletezza sono definite addirittura in quanto di motori dell’agire animale. Tuttavia, ponendo la mancanza alle fondamenta dell’esistenza Leopardi non nega l’importanza del desiderio, ma lo innalza anzi ben al di sopra del mero ‘istinto di conservazione’, descrivendo l’eccesso di desiderio che caratterizza l’umano, il surplus di brama che si rovescia in insufficienza. Allo stesso modo la nietzscheana volontà di potenza non rappresenta il solo desiderio di rafforzarsi ma anche quello di godere della propria distruzione: per Nietzsche solo le belle apparenze, l’arte e le distrazioni, sono in grado di aumentare la potenza e spingere all’azione creatrice.  Mi domando, tuttavia, quanta distrazione sia necessaria affinché l’uomo desideri ancora. Quanti balli e canti e ninnananne serviranno a spingere un primate “troppo cosciente” a godere della vita e della propria autodistruzione? Decisamente troppi, risponderebbero il pessimista e il depresso.

In The Last Messiah Zapffe indica come solo pochi esseri umani, un ristretto numero di ‘ottimisti’ radicali, siano in grado di sopportare l’esistenza; tutti gli altri occuperebbero posizioni ambigue o dichiaratamente pessimiste. Osservando la distrazione si comprende quanto essia sia fondamentale allo strutturarsi della civiltà: ne è il cemento, il collante sociale e l’obiettivo finale. Come conclude Zapffe la vita degli umani non è solo un “marciare verso” ma soprattutto un “fuggire da”; solo comprendendo questa sottigliezza in una prospettiva pessimista si può vedere come per l’umanità non vi sia nessun progresso, nessun destino razionale, nessuno sviluppo lineare ma solo una fuga disordinata in tutte le direzioni.

Sublimazione: si tratta della tecnica di evasione più rara e raffinata, ciò che Nietzsche definì come potenza creativa e fu successivamente rielaborato da Freud sotto il nome di sublimazione: lo spostamento di una pulsione sessuale o aggressiva verso una metà alternativa al sesso o all’aggressione, una sorta di ‘terza via’ che possa scaricare l’energia pulsionale venendo riconosciuta dal gruppo al quale l’individuo appartiene. La strada della sublimazione è per Zapffe, come per Freud, quella dell’arte. Tuttavia, in questo specifico campo di battaglia, ciò che viene sublimato è la percezione della dimensione tragica della vita: sappiamo perfettamente cos’è che non va, la sofferenza è dentro di noi e di fronte ai nostri occhi, eppure possiamo deviare questa intuizione paralizzante verso una qualsiasi attività che produca godimento estetico, e dunque distrazione. Vale la pena ricordare in questo contesto l’importanza che Hegel conferì all’attività artistica: dalle pitture rupestri al neoclassicismo, plasmare la materia significa sottrarre terreno alla natura, imprimere il marchio dell’umano sul mondo, ottenere controllo su di esso. Attraverso la produzione artistica l’umanita manifesta i diversi gradi dello Spirito e sovrasta la materia, emancipandosi da essa.

Materializzare artisticamente la tragedia significherebbe, per Zapffe, rinconoscerla ma al tempo stesso negarla, sublimarla in una nuova “volontà di vita” che, nietzscheanamente, ricostituirebbe la nostra potenza. La vera tragedia ci attraversa in tutta la sua orrida grandiosità e il pessimista ne è già al corrente; ogni tentativo di comunicare agli ottimisti questa verità non si può che risolvere in sublimazione e distrazione o, ancor peggio, in gloria artistica. Zapffe, rivoltando come un guanto l’etica-estetica di Nietzsche, scalza il primato dell’arte nella lotta alla volontà proclamato da Schopenhauer. A partire da The Last Messiah il romanticismo annidiato nel pessimismo viene espulso con disgusto per lasciare spazio a un enorme, inquietante Nulla: quel “nulla su due gambe” che è l’essere umano.

Queste per Zapffe sono le quattro tattiche di evasione messe in atto dall’essere umano per ‘ostruire’ la ferita rappresentata dall’eccesso di coscienza prodottosi nel corso dell’evoluzione di Homo.

In The Last Messiah, si fa riferimento a una certa istanza evolutiva, da lui definita il “sacro richiamo del sangue” (figura già presente, sotto le denominazioni “demone” e “sangue” nella filosofia della redenzione di Mainlander) ovvero una bejahung (affermazione), da intendersi nietzscheanamente come amor fati scevro di negazione. Per comprendere appieno questo passaggio, è meglio avvalersi dell’esempio riportato dal filosofo norvegese all’interno del testo: il cervo gigante (megaloceros giganteus), vissuto tra Pleistocene e Olocene, fu uno dei mammiferi erbivori più imponenti e diffusi tra tutta la megafauna della regione Paleartica. La selezione sessuale del cervo gigante si basava, come per i cervi attuali, sull’ampiezza del palco di corna. Risultato più immediato di tale selezione fu la generazione di esemplari di cervo dotati di palchi di corna sempre più ampi e pesanti. Cosa accadde, dunque, al megaloceros giganteus? Perché non lo vediamo percorrere le steppe innevate in tutti i suoi due metri di altezza al garrese? Le ipotesi più accreditate lo vedono estinguersi a causa di una perniciosa forma di osteoporosi dovuta all’enorme dispendio di calcio e fosfato necessari alla proliferazione dei palchi. Secondo altre ipotesi il palco di corna rallentò sempre di più la fuga del cervo dai predatori, in particolare dall’ultimo arrivato: l’uomo.

Per Zapffe il cervo gigante è l’esempio di un’affermazione sincera, di una coincidenza di scopo e di morte: il megalocero ha seguito il richiamo del sangue, si è riconosciuto fino in fondo come IL portatore-di-corna, estinguendosi eroicamente. Quale sarebbe invece la preoccupazione dell’essere umano? La stessa che avrebbe tenuto impegnato il cervo gigante, nel caso in cui avesse deciso di spezzare saltuariamente il proprio palco di corna. L’uomo prodiga tutti i suoi sforzi a negare la sua peculiarità, la sua follia originaria e la sua inadeguatezza. Per Zapffe, l’essere umano, l’animale troppo cosciente, dovrebbe perseguire il proprio fato evolutivo, accelerandone l’avvento.

In conclusione, The Last Messiah tenderebbe a una peculiare forma di accelerazionismo, quello dell’estinzione della razza umana (Ex/Accel). Di fatti, Zapffe chiude il suo breve scritto con un motto, un epigramma che forse non entrerà mai nella storia della filosofia ma che incide le carni della filosofia facendone sgorgare il sangue:

“Conosci te stesso, sii infertile e lascia che la terra sia silente dopo di te”.
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Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

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