Meme-Tic-Culture: alcune proposte per un alt-left mNemetic warfare

Claudio Kulesko

La subcultura memetica ha fallito. Non essendo riuscita a far fronte all’invasione delle agenzie di marketing, a una compiaciuta “brandizzazione” e all’infiltrazione da parte di gruppi neo-razionari, la produzione memetica a scopo ludico e autocelebrativo è collassata su se stessa. La diffusione e l’ascesa dei nuovi fascismi è il chiaro sintomo dell’infiacchimento delle capacità immaginative e, dunque, memetiche della sinistra. Immaginare il futuro, congedandosi dal realismo, è sempre più difficoltoso, e richiede la formazione di nuove prassi memetiche, nonché un brusco slittamento metodologico. Gli affetti (ossia le speranze, i desideri, le paure e gli immaginari disseminati e vaganti tra gli individui), sono stati captati dalle forze oscure del neoliberismo e del cripto-fascismo – un fenomeno ancor più evidente in paesi che, come l’Italia, non hanno ancora vissuto alcuna conflittualità memetica di rilievo. Il fallimento politico delle “pagine”, delle “piattaforme” e dei “gruppi”, inaugura la nuova frontiera della macchina da guerra: un dispositivo di accelerazione delle conflittualità, che mi auguro si distingua dai vecchi mezzi (pur facendone ampiamente uso), in virtù di una maggiore complessità e di un’adeguata riflessione critica. In breve, l’obiettivo di questo testo è tentare di ricavare un campo di battaglia politicamente conscious dai rottami di una macchina puramente estetica.

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Tratterò, dunque, di “macchine-da-guerra-meme[tic]he”, dove “tic” fa riferimento a “mnemetico”, ossia al complesso di azioni, discorsività e affettività automatiche (i tic, per l’appunto) prodotte dal correlarsi delle percezioni soggettive e del meme (dal meme alla risata, dalla risata alla soddisfazione accompagnata dal ricordo, da quest’ultimo si arriva, nel tempo, al riconoscimento immediato dei pattern stilistici di una pagina o di un autore). Questo costante accompagnarsi di percezioni audio-visive, memoria e cognizione – disposte, come una galassia semiotica, attorno al meme – ha come effetto principale l’emergenza spontanea, automatizzata, di una comunità memetica (ossia la comunità dei produttori e dei consumatori memetici): un assembramento che si presenta, fin dal primo istante, come una possibile macchina-da-guerra. Si tratterebbe, dunque, di un’impresa di recupero e riprogrammazione militante, poiché il meme è, di fatto, già divenuto il fulcro delle prassi interne al cyberspazio, costituendosi come soglia tra il mondo offline e quello online.

Il passo successivo è il tic come riflessività critica iperveloce, un grado di sviluppo raggiungibile solo attraverso la formazione di una memoria politico-memetica a lungo termine. Il rapido susseguirsi di ondate di hype legate a un tema, a un evento, a un nuovo medium (r.i.p. GIF) o, più semplicemente, a un nuovo meme, dovrà essere giuntato e raccordato dal filo rosso dell’intelligenza strategica. Abbiamo un piano?

L’impatto che una strategizzazione dei complessi memetici potrebbe avere sull’elaborazione politica è, perciò, difficilmente sottovalutabile. Se finora la prassi memetica si è configurata come perfettamente “molecolare” (ossia diffusa, priva di obiettivi a lungo termine e non del tutto intenzionale), la proposta di una macchina-da-guerra è un radicale ritorno al campo di battaglia: un invito a dare inizio a una vera “guerra-dei-meme”, subordinata a delle agende e consciamente posta al di là di dinamiche cancerogene e autoreferenziali. Una svolta che, peraltro, si è resa necessaria in seguito alla penetrazione dell’infosfera memetica da parte delle deep operation di governi e sabotatori politici, che hanno indotto nel cyberspazio una nuova ondata di paranoia.

La funzione primaria di una macchina-da-guerra-memetica sarà quella di creare, scatenare o (ri)dirigere i flussi affettivi – intercettare ansie, paure, desideri, gioie e dolori delle moltitudini. La differenza più evidente tra tale costrutto ipotetico e le attuali prassi memetiche è l’uso della comunicazione semiotico-affettiva come “nodo”, dal quale si dipartirebbero linee di fuga “rizomatiche” – ossia traiettorie d’azione complesse e imprevedibili. Si guardi, ad esempio, al concetto di “manovra rizomatica”, un costrutto teorico che sembrerebbe aderire quasi alla perfezione alla struttura in costante mutamento del cyberspazio.  La manovra rizomatica si presenta come:

  • Una tattica, impiegata in un contesto urbano, sviluppata per infliggere al nemico danni improvvisi da una direzione inaspettata.
  • Un tipo di assalto, compiuto da una forza in movimento che si sposta agevolmente anche attraverso ostacoli solidi (come nel caso della battaglia di Nablus).
  • Una teorizzazione che, concettualmente e pragmaticamente, guarda all’ambiente come a un medium flessibile, semi-liquido, eternamente immerso in un flusso.

Un’appropriazione tattica di questo approccio al warfare richiederebbe, appunto, una rielaborazione di tipo strategico dei fini interni e degli scopi esterni della macchina-da-guerra. L’avversario dovrà essere cautamente scelto ed estratto dai flussi di affetti che si oppongono alla macchina (questo o quell’individuo, questa o quella pagina), ma la strategia non potrà ritenersi compiuta con la sua sconfitta. Ciascuna “figura di opposizione” sarà bersaglio di tattiche specifiche, venendo utilizzata come ulteriore gradino (ossia come scopo esterno), verso la realizzazione dei fini interni della macchina. Come previsto dalla manovra, lo spostamento attraverso oggetti solidi sarà esemplificato dall’impiego di “uomini di paglia”, obiettivi parziali che facciano da ponte verso figure di maggiore rilevanza, o che possano essere impiegati come esche per bersagli più importanti (si passerà dal piccolo esponente di partito in particolare, al partito in generale). La macchina si pone, così, in direzione diametralmente opposta rispetto all’alt-right memetica e alla sua ossessione teppistico-paranoica per il nemico (laddove l’umiliazione e la distruzione psicosomatica del nemico divengono il fine ultimo delle singole battaglie). La marginalizzazione del nemico consentirà di non plasmare la macchina a immagine dei propri avversari, consentendole, inversamente, di costringere il nemico a riconoscerla e a tentare di conferirle un’impossibile forma stabile. Non si potrà, così, affermare: io sono “questo” perché loro sono “quello”; ma, piuttosto, si dirà: io (quale io?) sono molte cose e, in definitiva, nessuna di queste, mentre loro sono questo, questo e quest’altro. Come suggerito a più riprese dal collettivo Tiqqun, l’anonimato e l’imperscrutabilità dei fini interni (“cosa vogliono questi qua? Chi o cosa sono?”) costituiscono i veri punti di forza della macchina-da-guerra. Anziché operare all’interno di metodologie e confini e prestabiliti, la macchina-memetica dovrebbe, perciò, segnare dinamicamente il proprio passo, generare traiettorie, fabbricare novità e immaginare futuri possibili, persuadendo tanto gli alleati quanto gli avversari a danzare alle proprie note.

In questo senso, l’elaborazione teorica, discorsiva, “aesteticha” e artistica dovrà essere parte integrante delle attività della macchina, strategicamente federalizzata in una costellazione di cellule, accomunate dai medesimi fini interni. L’impego massiccio di memi provenienti dalla cultura popolare e, al tempo stesso, di elaborazioni teoriche collettanee complesse, inaugurerebbe un oltrepassamento delle vecchie strategie di cripto-marketing concettualmente onanista, impiegate da pagine (strutturalmente interessanti) quali Eschaton o, all’estremo opposto, Bipensiero. Si tratta, insomma, di saper comunicare e, al tempo stesso, saper dare una direzione storica e materiale alle proprie azioni.

Poiché la produzione immateriale (il lavoro cognitivo), e quella materiale (il lavoro di fabbrica), sono collassate in un’unica forma di produzione e ri-produzione generalizzate, la macchina da guerra è costretta a riformulare e ricostruire se stessa in continuazione, allo scopo di non divenire parte integrante della rete produttiva di macchine. La molecolarizzazione della strategia e la creazione (anziché l’individuazione), di un nemico saranno altrettante tattiche sciame,  funzionali alla fluidità e alla mobilità della macchina.

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Rispetto alle attuali forme di guerra-memetica, un certo grado di novità sarebbe apportato dalla creazione e dalla manipolazione dell’immagine del nemico. Se, da una parte, la macchina-da-guerra rifiuta di essere costretta in una forma immediatamente riconoscibile, dall’altra, essa si prodiga affinché il proprio nemico lo sia. Uno dei maggiori fallimenti delle prassi memetiche alt-right è stata proprio l’incapacità di costruire un nemico all’altezza delle aspettative – una possibilità seppellita sotto gli appellativi di “cuck” e “social justice warrior”. In qualità di autentica formazione reazionaria, ossia dedita alla pura negatività politica, l’alt-right ha disperso le proprie forze nel tentativo di costituirsi come comunità oppressa ed emarginata, impegnata nella ricostruzione di un “nuovo piccolo mondo antico”. La sottovalutazione del nemico reale (di certo non La Cattedrale, ma le stesse collettività, spontaneamente insorgenti), e la sopravvalutazione degli alleati (Trump e Spencer in primis), hanno segnato la disfatta dei neo-reazionari alt-right, spianando la strada ad altre forme di governamentalità fascista e neoliberista – ben attente a intercettare i desideri delle moltitudini e delle soggettività minoritarie ed emarginate.

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A differenza di chi ha imposto o mira a imporre il proprio desiderio sulla moltitudine, la macchina da guerra memetica si muoverà a proprio agio sulla zona di confine tra il desiderio moltitudinario e la costruzione di un’immagine unitaria del nemico, ossia di una figura impersonale collettiva (indifferentemente reale o immaginaria), in grado di incarnare le forze che si oppongono al perseguimento del desiderio. Insomma, che si evochi un alt-right dove ancora non c’è, anziché impedirne la nascita. La costruzione di un nemico nebuloso e malleabile consentirà di ricollegare, pragmaticamente, di volta il volta, i singoli avversari a un’area di “nebbia”, una zona d’ombra posta sotto il controllo diretto della macchina-da-guerra (immaginate di ritrovarvi etichettati come facenti parte di qualcosa di cui non avete mai sentito parlare, o di essere improvvisamente dichiarati xenofobi). L’apparizione di un enigmatico Nemico sotto il quale sussumere, di volta in volta, gli avversari, obbligherà molti a interrogarsi sulla consistenza e sull’affidabilità di tale miraggio nel deserto. Lo sbugiardamento del calderone molecolare alt-right (comprendente reazionari, fascisti, neonazisti, troll, neo-monarchici e nazbol) sotto il singolo termine white supremacy ha, di fatto, inaugurato la cacciata di questi groppuscoli dalla scena pubblica – e il loro conseguente ritorno alle fogne del cyberspazio. Come già accennato, dal momento in cui una collettività anonima e polimorfa si rende riconoscibile, comincia il suo inevitabile declino.

Infine, l’ultima “cattura” e rielaborazione delle tattiche memetiche impiegate dalle nuove destre reazionarie è, piuttosto, una proposta: l’evocazione, da un tempo utopico futuro, di un nuovo Pepe, una creatura che, tuttavia, sovrasti l’inutile rana per magnificenza e capacità simbolica di captare desideri e affetti. Un avatar collettivo – situato al di là della fredda e viscida oscurità di Kek – in grado di canalizzare magicamente la macchina-da-guerra-memetica, fungendo da snodo cronospaziale per le comunità minoritarie minacciate dal tecnocapitalismo e dai fascismi molecolari: un’intersezionalità incarnata di soggettività di genere, di classe e di specie. Puro istituzionalismo memetico. Iperstizione.

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Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

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