Note a Margine – Gestire la Morte

trilogia

Claudio Kulesko

Appunti su “Gestire la Morte”, di Francesco D’Isa, in Trilogia della Catastrofe, Effequ 2020.

Un estratto del testo in questione è disponibile su Not.

Ho iniziato a fumare quando avevo sedici anni. I motivi che mi hanno spinto a questa scelta erano quelli di chiunque altro: a fumare erano gli adulti, qualche personaggio famoso e i coetanei più smaliziati […] Ovviamente ero consapevole che fumare danneggiasse gravemente la salute – lo diceva una grossa scritta su ogni pacchetto – ma in una fase della vita in cui un giorno vale come un anno il mio cancro era a millenni di distanza. Col tempo, assieme all’adolescenza è scomparsa anche questa dilatazione temporale, ma la dipendenza da nicotina aveva ormai sostituito la volontà

Qualche mese fa ho ricevuto da Effequ questo agile volumetto incentrato sul tema della catastrofe (nel suo triplice significato di brusca interruzione, di sciagura passata e di futura risoluzione infausta). Non ho i mezzi per trattare dei primi due scritti contenuti in questa raccolta (sebbene abbia apprezzato molto il secondo, un interessante e toccante reportage indonesiano di Jacopo La Forgia). Il terzo, tuttavia, è un testo che ho osservato nascere in corsa d’opera, i cui temi mi sono vicini e del quale conosco l’autore: “Gestire la Morte”, di Francesco D’Isa – a tutti gli effetti un saggio catastrofico, ottimo per proseguire il discorso sull’Antropocene inaugurato in questo spazio di annotazioni.

La prima affinità con lo stile e la metodologia di D’Isa è senza dubbio rappresentata dal comune interesse per i territori speculativi del pessimismo e del nichilismo – benché, nel caso di Francesco, sia più esatto parlare di una sorta di “post-pessimismo”, forgiato tra i vortici di vacuità del pensiero orientale, della logica e della filosofia della mente. Personalmente, non avendo trovato argomenti capaci di oltrepassare il valico del nihilo-pessimismo, ho da tempo ritenuto che il percorso più rilevante per la contemporaneità sia quello che conduce a un pessimismo “speculativo”: un’esplorazione radicale degli orrori e degli errori che popolano la struttura ontologica e metafisica dell’universo (in contrasto e in opposizione all’ottimismo e al volontarismo che contraddistinguono l’epoca moderna). Un viaggio che, da parte sua, non vuole porre alcuno stigma morale sulla natura ultima della realtà, limitandosi a sviscerare dei set di ipotesi e virtualità (tal volte anche casi limite, quali l’estinzione o l’annientamento dell’universo stesso) inscritte nel novero delle minacce per l’esistenza, sia individuale che di specie, dell’essere umano.

Tale operazione richiede un costante slittamento prospettico, al quale si affianca, direi necessariamente, l’elaborazione di un giudizio soggettivo: “l’evento, lo stato o la cosa tal dei tali è o potrebbe essere una minaccia per l’essere umano, facendo mostra di un potere ben superiore a quello comunemente attribuitogli; esso, pertanto, richiede tutta una serie di operazioni di gestione e di elaborazione di saperi”. Si tratta di un tentativo di ridimensionare l’eccezionalismo umano, evidenziando la vulnerabilità e la fragilità della nostra specie ma anche, al tempo stesso, di un progetto inscritto all’interno di un paradigma razionale: individuando e analizzando una minaccia, per quanto remota, ed evidenziando i limiti delle nostre possibilità di intervento, l’essere umano è in grado di produrre strategie efficaci (di coping, di costruzione di relazioni o anche di manipolazione diretta). L’unico punto fermo all’interno di questa progettualità è rappresentato da una diade dialettica: l’essere umano non è onnipotente e tende a sopravvalutare la propria potenza e le proprie facoltà; l’essere umano non è totalmente impotente e non è condannato a sprofondare nell’oceano del non sapere assoluto.

In questo senso, ritengo che il post-pessimismo di Francesco sia, in realtà, un ottimo esempio di pessimismo speculativo (quel che è certo, per sua stessa ammissione all’interno del testo, è che quella della “Gestione della Morte” sia un’ipotesi prettamente speculativa, come vedremo più avanti). Prendiamo in esame il seguente passaggio, assolutamente centrale, tratto dallo scritto di Francesco:

Quella che porterò avanti non è l’idea che sia un bene liberarsi dalla vita, ma che ci si debba sbarazzare della paura della morte – e non solo della paura consapevole […] ma soprattutto di quella inconsapevole.

[…]

Chi sostiene che la vita fa schifo in realtà è un ottimista, perché più valore si dà alla vita, più la sua inevitabile perdita sarà dolorosa.

(pp. 174-175)

Fin dalle prima pagine, Il presupposto alla base dell’argomentazione dimostra che Francesco ha profondamente assimilato il discorso del materialismo eliminazionista, giungendo all’essenza del concetto di nichilismo, a sua volta sintetizzabile in tre punti: l’inesistenza o inconsistenza del sé; l’ineluttabilità dell’impermanenza; L’indifferenza e l’indipendenza del mondo esterno esteso rispetto al mondo interno cogitante (e, di conseguenza, l’illusorietà di tutti o di buona parte dei costrutti mentali). Non a caso, nel corso della trattazione è possibile imbattersi nella seguente affermazione, capace di rendere a pieno l’aspirazione dell’autore a un superamento del pessimismo filosofico:

Credo che la più felice intuizione del Buddha consista nel ribaltare la tragedia umana: quella che crediamo una cattiva notizia è in realtà una buona notizia. L’impermanenza che ci dà tanto affanno è anche la prova che non esiste alcun “io” che soffre e desidera, perché quel che esperiamo è solo il desiderio, non un soggetto desiderante (p. 165).

Un tridente di difficile confutazione, alla base della mia stessa idea di pessimismo speculativo. Il prodotto trascendentale di tale catena aurea è ciò che definirei “bias mistantropico”:  l’idea che le facoltà epistemiche e l’agency umane siano fondamentalmente limitate (nello spazio e nel tempo),  soggette a vincoli (contingenti, evoluzionistici, ricorsivi o di scala) e costrette a confrontarsi con resistenze di ogni sorta (dalla “durezza” e opacità della materia, fino all’opposizione concreta e intenzionale delle altre soggettività e delle soggettività altre).  In merito alle cause antropiche della catastrofe ecologica, Francesco scrive:

I nostri incauti genitori non ci hanno ignorato per cattiveria, ma per il semplice fatto che, come noi, sono animali imperfetti, in balìa di tare mentali inadeguate alle attuali potenzialità umane (p. 146).

E, più avanti:

Qualche decennio fa, forse, era possibile limitare i danni con degli interventi ragionevoli, ma il problema è proprio qui: ragionevoli, e noi non lo siamo […] Spesso accogliamo l’aiuto della riflessione soltanto per assecondare il nostro egoismo; considerati come specie, siamo degli animali difettosi, con un’intelligenza sufficiente a surclassare in potenza qualunque altro essere vivente, ma incapace di calibrare i nostri scopi e desideri (pp. 156-157).

Importante notare come, ai fini del discorso, sia irrilevante stabilire un punto, nello spazio e nel tempo, nel quale la nostra specie avrebbe cessato di essere ragionevole – senza contare che, dal punto di vista causale, un’ipotetica “perdita della ragione” non avrebbe potuto che essere causata da tare pregresse. Ciò che conta non sono che gli effetti della Grande Cecità. Vi è molto, in questa linea argomentativa, dell’ammonimento teologico-escatologico di Cioran a considerare la stupidità e la manchevolezza umane come l’essenza del peccato originale: un leone, scrive Cioran, è naturalmente forte, non manca di niente e a nulla ambisce più che a essere un leone nel pieno delle proprie forze; l’essere umano, all’inverso, è una creatura dotata di un ingegno immenso e luciferino, ma profondamente instabile e corrotta dal punto di vista psichico – al punto di ambire al trono di Dio o, meglio, al trono di un demiurgo altrettanto spregevole. Il bias misantropico, in breve, consiste nel porre, sul piano trascendentale, una natura umana ben determinata, sintetizzabile attraverso alcune parole chiave: malvagità, egoismo, corruzione, stupidità, limitatezza, incoscienza, ambizione, avidità, perfidia, sadismo, violenza e via dicendo. Tale via positiva – a differenza del bias filantropico – è foriera di una sterminata processione di attributi peggiorativi, a partire dai quali è possibile procedere inoltrandosi nel discorso pessimista. Al centro di tale fosco ritratto, in primo piano, al posto d’onore, vi è un primate idiota ma dotato della potenza necessaria a distruggere il mondo, andando contro i suoi stessi interessi, contro i propri bisogni e desideri – in una sorta di retrocausazione spiralica, tra i vortici della quale tutto l’orrore della nostra specie viene improvvisamente rivelato e dimostrato a posteriori, al di là di ogni ragionevole dubbio. L’importanza di tale mossa sta nella sua capacità di fornire strumenti narrativi e filosofici adatti ad affrontare situazioni estreme – il cosiddetto “worst-case scenario” – senza soccombere a bias ottimistici e a previsioni o strategie miopiche (come ben mostrato da N.N. Taleb in Il Cigno Nero e Antifragile).

Come si può notare, il pessimismo speculativo, nel suo tentativo di portare all’autocoscienza i propri bias e di impiegarli in modo fruttuoso, rappresenta anche una sorta di “non-pessimismo” – ossia un “clone” del pessimismo che, tuttavia, ci aiuta a mettere in luce i presupposti filosofici del pessimismo stesso, consentendoci di giocare a carte scoperte (o, quantomeno, di scoprire alcune carte che restavano occultate ai nostri stessi occhi). Il passo successivo consiste nell’individuazione di una struttura ipoteticamente posta all’origine dell'”orrore di specie”.

petrolio

Nella cornice metafisica fornita da Francesco, la Gestione della Morte cessa di essere un paradigma meramente esistenziale (incentrato sull’elisione e sulla censura sistematica del tema della morte, come notato da numerosi filosofi, quali Zapffe, Schopenhauer, Heidegger e Sartre); l’esperimento allestito da Francesco in queste pagine culmina proprio in un tentativo di superare la dimensione puramente culturale di paradigmi quali la Terror Management Theory o l’esistenzialismo – entrando in un campo necessariamente metafisico, quello delle affermazioni (seppur ipotetiche) sulla natura delle cose in se stesse. I meccanismi che ci inducono a “evitare” la morte, in questo caso, divengono puramente biologici e, tuttavia, così raffinati e sublimati dalla selezione naturale, da permeare all’interno della sfera culturale e nel dominio delle rappresentazioni mentali – restando, al contempo, perfettamente trasparenti, ossia impossibili da individuare con la massima precisione. La bellissima definizione data da Francesco a tali pulsioni è quella di “motore arcaico” (p. 177). Il territorio, seppur in versione speculativa, è quello già battuto da Dawkins (citato nello scritto) e da Pinker: l’essere umano come mera componente della cosiddetta “bomba duplicazionale” organica. Come scrive Francesco:

Non intendo che qualunque cosa tu faccia sia accompagnata dal pensiero della morte, ma che ogni tendenza è radicata in un meccanismo atto a evitarla, presumibilmente allo scopo di diffondere i tuoi geni (p. 167).

E ancora, più in là:

Sul versante più moderato […] abbiamo Charles Darwin, che sostiene che ogni produzione culturale è funzionale alla continuità della specie umana, e Sigmund Freud, per il quale il comportamento umano è sostanzialmente regolato dal principio di sopravvivenza e viene ammantato di rappresentazioni che sono illusorie quanto necessarie (p. 172).

E, verso la fine dello scritto:

È così sgradevole sentirsi manovrati da forze aliene che si preferisce giustificare le proprie mosse obbligate in termini di “era la costa giusta da fare”, persino quando si tratta di comportamenti che portano soltanto danno (p. 181).

Al cuore dello scritto di Francesco vi è l’idea che l’essere umano (per lo più moderno e occidentale) abbia “mal gestito” la morte, sopravvalutando – con ardore religioso – le proprie facoltà, occultando maniacalmente la fragilità e la vulnerabilità, tanto sua quanto del mondo che abita, e la cronica mancanza di controllo sulle sue stesse azioni e sui propri scopi. Proprio in tale frangente teoretico divengono evidenti le potenzialità di un nuovo pessimismo post-nietzscheano, fondato sulla speculazione scientifica e metafilosofica, nonché sulla produzione di scenari ipotetici: circuitando su di sé, ancora e ancora, la coscienza giunge all’autocoscienza, negandosi, di volta in volta – affinandosi e tramutandosi, come lo strumento primitivo, da pietra grezza a lama – senza arretrare dinanzi ai propri limiti e alle proprie impossibilità. Tale movimento dinamico è l’unico processo capace di tramutare, attraverso l’incontro e la lotta con i problemi, la stupidità in intelligenza.

Durante le crisi si presenta spesso un manipolo di coraggiosi pronto a immolarsi per cambiare il mondo, ma per fronteggiare un pericolo di questa portata un (pur necessario) cambiamento sociale potrebbe non bastare. Dobbiamo anche cambiare noi stessi e ribellarci contro la nostra essenza più antica e radicata. È difficile, non impossibile.

 

Qui il link ad alcune informazioni su un antico pensatore sul quale mi sono da lungo tempo ripromesso di ritornare – e che sembra fare al caso.         xunzi

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Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari ma il suo campo di ricerca si estende al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille. Membro fondatore del "Seminario Musica e Filosofia" di RomaTre. Traduttore italiano di "In the Dust of This Planet" di E. Thacker.

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