La theory-fiction come dispositivo iperstizionale

Claudio Kulesko

science fiction

 

Intervento nel contesto del ciclo seminariale “Ecologie Politiche”, a cura di Ubaldo Fadini e Tiziana Villani, il giorno 27/10/2017, Università La Sapienza – D.I.C.E.A. Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale.

Nell’ambito dell’ecologia mentale, semiotico-concettuale e sociale, vorrei introdurre brevemente una questione che infesta, in modo piuttosto ‘spettrale’, le discussioni teoriche sulle tecno-scienze. Il tema è quello della temporalità, della quale vorrei parlare dalla peculiare prospettiva della theory-fiction. Con theory-fiction si intende un arcipelago (più che un genere), narrativo che, muovendo da determinate condizioni attuali − politiche, economiche, ecologiche o sociali − immagina e tratteggia mondi e futuri possibili, esplorando e, appunto, teorizzando motivi, modalità e conseguenze delle vicende descritte in un’opera, offrendone al tempo stesso un ‘assaggio’ fenomenologico – offrendo, cioè, al fruitore la possibilità di immergersi tramite uno o più avatar in questi micro-universi d’esperienza. Sotto questa categoria dai contorni sfumati ricadrebbero tanto la quantum fiction di De Lillo, quanto “Blade Runner” o l’album “Man-machine” dei Kraftwerk; tanto “Death Note” quanto il classico del videogaming “Metal Gear Solid” (a mio parere, una delle più intense riflessioni sul tema della guerra mai prodotte).

Preliminarmente, per motivi che spero appariranno chiari a breve, vorrei portare alla vostra attenzione il bizzarro fenomeno delle cosiddette profezie che si auto-avverano. Si tratta di un fenomeno relativamente banale: uno studente scaramantico si ritrova a dover sostenere un esame di venerdi 17, a peggiorare le cose c’è un brutto oroscopo che prevede Saturno transitante nella sua casa nel corso dell’intera settimana; in preda all’ansia, lo studente finisce per dimenticare gran parte di ciò che ha studiato, e conclude la giornata con una bocciatura che non fa altro che materializzare la sua pessima stella, prima di quel momento solo immaginaria. Non si tratterebbe, perciò, di semplici eventi immateriali che avrebbero una certa efficacia performativa sul mondo materiale (come il: “si, lo voglio” detto a un matrimonio) ma di eventi immateriali, virtuali, in grado costruire e orientare la stessa realtà. Ma cosa accade quando questo strano ‘placebo’ ontologico si manifesta su scala maggiore? Previsioni sfavorevoli nei confronti di un certo mercato o di una certa azienda possono determinare il fallimento degli stessi; false notizie, su presunte manovre belliche messe in atto da una nazione nei confronti di un’altra, possono condurre all’inasprimento o alla generazione ‘dal nulla’ di un conflitto. Nel 1965 Gordon Moore predisse che il numero di transistor in un circuito integrato sarebbe raddoppiato ogni 18 mesi, causando nelle aziende una tendenza generalizzata all’ottenimento di questo obiettivo-limite. Il CCRU denominò questa specie di ripiegamento cronologico “iperstizione”, evidenziandone gli aspetti dinamici e proiettivi, radicalmente differenti da quelli della comune superstizione. Come possiamo osservare nel passaggio dall’esempio dello studente a quello di Moore, se una comune superstizione agisce come un vincolo diffuso nel presente, condizionando il futuro, un’iperstizione funziona come un attrattore che, dal futuro, assembla retroattivamente il passato.

Cosa c’entrano le profezie che si auto-avverano con la theory-fiction? Proviamo a considerare l’impatto che “Il Neuromante” di William Gibson ebbe sull’informatica e sulle sottoculture. Gibson contribuì in modo essenziale alla costruzione dell’iconografia, dei concetti e delle modalità attraverso i quali presero forma internet e la cultura hacker, immaginando il world wide web in una forma assolutamente inattuale rispetto a quegli anni, una forma molto simile a quella odierna – omnipervasiva e stratificata. La visione cyberpunk di Gibson ha prodotto, ad esempio, il movimento transumanista, i concetti di hacking, sprawl, VR, sock/meat-puppet, firewall, malevolent-AI, connettività, upgrade protesico, cyberspazio e droga sintetica, determinando attivamente (cioè tramite l’influenza esercitata su informatici e ingegneri) l’apparizione sul piano materiale dei contenuti in essa descritti.

La ‘retroattività’ di tali concretizzazioni è dimostrabile a partire dall’effettiva possibilità di ricostruire una genealogia coerente di questa concretizzazione. Una storia del web che cominci da Gibson sarebbe, infatti, paradossalmente valida solo a-posteriori, nello stesso istante in cui si motivi narrativamente una serie di eventi – possiamo notare, dunque, come tale movimento proceda in direzione inversa rispetto al caso dello studente ‘sfortunato’. Questa paradossalità, unita al tardo successo commerciale e letterario di Gibson, condurrebbe all’assurda domanda: è stato Gibson a inventare il world wide web o il world wide web, realizzandosi, ha inventato Gibson in quanto suo profeta? Quando si parla dalle dimensioni dell’arte e dell’immaginario, l’interrogazione sul tempo si rivela come un’interrogazione sul senso narrativo del tempo, e sull’autonomia dell’opera rispetto ai suoi creatori umani.

Potremmo allora ipotizzare che se il tempo corrispondesse a una moltitudine di processi di oscillazione, orientati da attrattori (ossia da stati finali, quali la stasi per il pendolo), alcuni di questi attrattori sarebbero costituiti dai micro-universi-possibili, dei quali, a loro volta, solo alcuni avrebbero il potenziale di ‘contagio’ necessario a propagarsi e performare se stessi attraverso una qualche agenzia umana, come quella di Gibson o degli inventori del web. Si tratterebbe della nozione di ‘meme’, estesa però a fenomeni di portata maggiore; fenomeni costituenti il tessuto stesso della realtà. Eppure, a dispetto dell’apparente ineluttabilità (evidenziata da Land a più riprese), qualsiasi processo di oscillazione tenderebbe, a partire da certi punti di criticità, alla non-linearità, a una certa dispersività dalla quale emergerebbero a) una maggiore complessità e caoticità d’insieme e b) una tendenza alla frammentazione e alla produzione spontanea di sottosistemi micro-ordinati. In un frattale, ad esempio, possiamo osservare un aumento potenzialmente infinito di complessità − a partire dalla ripetizione costante di poche, semplici stringhe di codice – bilanciato dalla generazione di micro-strutture geometriche molto ordinate. Similmente, il micro-verso di Gibson si è frammentato, dando origine alle iper-simulazioni di “Matrix”, alle corse di “Tron”, agli inseguimenti di “Ghost in the Shell” e a una miriade  di altri rilanci e deviazioni, più o meno originali, più o meno efficaci nel piegare a sé il mondo in cui viviamo. Ciò che, tuttavia, appare evidente è come gli operatori di questa proliferazione di senso siano gli esseri umani stessi, colti nella loro interazione con gli agenti non-umani (gli oggetti, i concetti e gli altri esseri viventi).

Questa continua eccedenza rispetto alla linearità, alla monodirezionalità del senso, produce una vera e propria sovrabbondanza sul piano speculativo e immaginativo, favorendo la formazione di ‘crepe’ ontologiche e linee temporali alternative (con un esplicito riferimento alla saga cinematografica “Terminator” e ai multiversi dei comics Marvel e DC).  La rilevanza del possibile all’interno dell’orizzonte della fiction è situata proprio in questa nostra potenza creativa, nell’atto di costruzione di direzioni cronologiche devianti rispetto alle narrazioni dominanti, talmente prigioniere di una dimensione distopica da rischiare, prima o poi, di dar vita agli incubi che esse stesse tentano di impedire (faccio qui riferimento alle innumerevoli narrazioni sulle AI ostili prodotte negli ultimi trent’anni). Affinché ciò non accada, la nostra capacità di generare e rianimare mondi possibili dovrà scegliere di andare di pari passo con la nostra potenza di proliferazione e ibridazione, ossia con il desiderio, radicalmente xenofilo, di accoglienza delle altrui narrazioni e di trasformazione costante delle proprie. L’ecologia iperstizionale ha, perciò, affinità con il concetto di biodiversità, ne condivide la medesima spontaneità ecosistemica e le medesime minacce. In questo senso, la molteplicità e la differenza sono le potenze che, schivando la sussunzione da parte delle narrazioni egemoniche, tentano affannosamente di sfuggire a ciò che Mark Fisher ha denominato “realismo capitalista”, ossia la percezione diffusa e angosciante che non vi sia alternativa al capitalismo.

 

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Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

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