Collasso. Desolazione. Isolamento.

Una tripla recensione memetica

Claudio Kulesko

“Che cos’è l’Antropocene?”

Una domanda che riecheggia nelle echo chamber di riviste online, bolle social, panel e pubblicazioni (accademiche e non).

Nessuno che chieda mai “come sta l’Antropocene?”

Battute a parte, quest’ultimo interrogativo, per quanto assurdo, ci consente di far slittare il punto di vista dal crash, il momento dell’impatto traumatico, all’accettazione, ossia la banale constatazione di un problema.

L’Antropocene, l’“Era dell’Uomo” ‒ qualunque cosa si intenda con tale attribuzione, sfortunata e a tratti macabra ‒ si è ormai tramutato in un complesso culturale, situato ben al di là delle constatazioni oggettive di geologi ed esperti basati su fatti e logica. Ci troviamo, difatti, al cospetto di un patchwork che assembla, in un’unica composizione, tutta una serie di dibattiti scientifici e filosofici, angosce collettive e individuali, domande sul presente e sul futuro, narrazioni letterarie e prodotti di consumo, retaggi culturali e sfacciate manipolazioni del passato storico, meme e mera propaganda.

Non che tutto ciò non sia reale. Lo è, eccome. Ripetere per l’ennesima volta i punti chiave di tale shift planetario ‒ dal riscaldamento globale, alla diffusione di microplastiche negli oceani sarebbe quantomai ridicolo. 

I dati, le analisi, gli stati di cose sono sotto gli occhi di tutti e di tutte. Rifiutarli, negarne l’evidenza, sarebbe come negare di avere un grosso problema ogni volta che ci si ammazza di tosse al primo tiro di sigaretta.

Ma questa è esattamente una delle principali questioni in ballo.  

C’è stato un momento in cui si sarebbe potuto evitare che l’umanità facesse il suo ingresso in tale paradigma, tanto in senso concettuale, quanto in senso concreto? Forse, ma chi è rimasto indietro è, a ben vedere, chi ancora si ostina a non voler vedere, chi non ha un piano di fuga, chi preferisce ancora pensare che la creatura che scalpita e ringhia nello stanzino delle scope sia solo una povera bambina.

Di recente, mi è capitato di leggere un post scritto da un amico, nel quale si dichiarava che, anziché prendere seri provvedimenti in merito al problema del deterioramento climatico ed ecosistemico, l’essere umano farebbe di gran lunga meglio a ignorare l’estinzione di massa di tutte le specie animali e vegetali, salvo quelle utili ai fini dell’umanità stessa.

Una proposta innanzitutto triste, che puzza lontano un miglio di infelicità e ristrettezza, e in secondo luogo abominevole, rassegnata a un mondo vuoto, pullulante di tecnoscimmie rese ancor più stupide e ancor meno interessanti dalla scarsità di stimoli e dal solipsismo cognitivo.

L’eliminazionismo non è una scelta, perché ‒ noi, gli esseri umani, animali “illuminati” ma pur sempre animali ‒  non possiamo stare né con chi desidera che l’umanità sopravviva in un brutale vuoto ecosistemico, né con chi reclama “provvedimenti seri” quali terraforming, ecodittature o un futuro di ristrettezze economiche, etiche, fisiologiche ed epistemiche.

Da sola, l’umanità è ben poco, praticamente niente.

L’Antropocene, oggi ‒ ed ecco spuntar subito le paradossalità e gli accartocciamenti temporali ‒, è la cattiva “agrilogistica” dei neolitici; la wilderness nata con la fondazione del parco di Yellowstone; le tavole di Hammurabi; la sesta estinzione di massa; il ritorno al monke e l’ancestore preso a calci nel momento stesso in cui esce dall’acqua; l’enigma della terra cava, Agartha o Shangri-La; Sweeth Tooth; la flotta trisolariana in viaggio verso il nostro sistema solare; il Dio-Imperatore di Terra; il Covid19 e il Leviatano Climatico. 

Un gigantesco, titanico ‒ grosso, persino ‒ agglomerato di meme, immagini, mappe, miti, storie e concetti.

L’Antropocene è una rete di vastità spropositata. E se qualcuno concepisse anche solo l’idea di compilare un elenco di tutti i nomi e di tutti gli eventi che hanno condotto l’umanità fino a questo punto ‒ nonché di tutti i miti e le narrazioni che ci hanno accompagnato in questo viaggio ‒ costui sarebbe di certo un pazzo, o un profeta.

Tre librini di recente uscita ‒ dio solo sa quanto apprezziamo i librini ‒ provano a tastare il polso dell’Antropocene e porre la fatidica domanda, quella che quasi tutti stanno tentando di evitare come la peste. E non lo fanno col banale intento di “fare il punto della situazione”, ma per scavare delle vie d’uscita dal fitto tunnel di lava e fango nel quale siamo rimasti intrappolati. Qui sta la vera differenza. Qui si gioca tutta la distinzione tra chi accumula punti accademici e reputazionali, e chi decide, in piena autonomia, di sobbarcarsi un necessario lavoro dello spirito.

Chiediamoci, pertanto “come sta l’Antropocene?” 

In una parola: male brutti ingrati che non siete altro, dovevate pensarci prima! è_é

Il nostro primo librino, Geografie del collasso (Piano B, 2021), di Matteo Meschiari, propone nove parole chiave per pensare e immaginare l’Antropocene ‒ e, soprattutto, nell’Antropocene.

Si tratta di un pratico manualetto, che fin dalla geniale copertina ‒ la storica “Campbell soup” di Warhol, transmutata in una ben più memabile “Mammoth Soup” ‒ mette in chiaro l’approccio al problema. Immaginare, ibridare, contorcere, sfondare le barriere che impediscono alle immagini e ai concetti di comunicare e travalicare gli uni negli altri. Ecco il “Metodo Antropocene”. 

Nella commovente lettera che apre il libro (non per forza commovente, eh, dipende da quanto siete sensibili), l’autore afferma che si sarebbe dovuto trattare di un manuale di sopravvivenza dedicato alle generazioni che si ritroveranno ad affrontare il deserto del futuro. 

Allo stesso modo, l’ultimo capitolo accenna a Hiemarium, un libro composto da spunti, sogni, consigli, sussurri, informazioni pratiche, how to e tips, che non ha ancora visto la luce e che forse non la vedrà mai. Almeno in quest’epoca ¯\_(ツ)_/¯

Si può dire, pertanto, che Geografie del collasso si apre e si chiude con un auspicio, un invito o, meglio ancora, uno sprone, presentandosi come un libro costitutivamente volto al futuro.

Le nove definizioni fornite da Meschiari esplorano diversi reparti operativi dell’Antropocene ‒ proprio come se si trattasse di un supermercato in cui orrori, speranze e scenari si affastellano sugli scaffali. Dal “collasso”, fase nella quale i saperi e le pratiche vengono irrimediabilmente persi, e diventa vitale guardare in faccia la realtà, si giunge alla “sopravvivenza”. In quest’ultima sezione, Meschiari mette a confronto tre forme di vita che svolgono un ruolo di indicatori catastrofici: il prepperism dei survivalisti che decidono di affrontare la natura selvaggia, mantenere la segretezza e prepararsi a “qualcosa”, di qualunque cosa si tratti. L’ecofortezza, il rifugio finale del miliardario, vero erede del bunker dell’era atomica. E, infine, la criostasi, reintepretata in quanto condizione metaforica (e forse metafisica) di chi si ostina a non voler vedere e persevera nell’alimentare un sistema ormai marcio fino al midollo. 

In tal senso, il principale nemico nell’era dell’Antropocene è proprio la “stupidità”, lo stupor della preda ghermita dal predatore, l’incubo a occhi aperti del paziente anestetizzato con il cloroformio; un costrutto mentale traumatico che ci paralizza e ci rende incapaci di reagire. Fear is the mind killer, diceva qualcuno. Contro questo mostro subdolo e infingardo, le sole armi a nostra disposizione sono, secondo Meschiari, l’“immaginazione”, le “cosmologie” e la “complessità”, a ciascuna delle quali l’autore dedica un capitolo del libro. Un triplice, eppure unitario, slittamento prospettico, atto a far si ché il “Mondo Nuovo” (dal titolo del capitolo conclusivo) possa sorgere in virtù tool culturali altrettanto nuovi ‒ e il vecchio mondo, con i suoi “cani culturali” e leccapiedi assortiti, possa affondare assieme ai suoi antichi terrori.

Nessuno può garantirci che oltre il baratro ci sia un Mondo Nuovo, nessuno può garantirci il contrario (p. 122).

In stretta continuità con lo scritto di Meschiari, il giovanissimo editore Argo propone, all’interno della collana “Rizomini”, uno scritto anonimo divenuto ormai leggenda, Desert (traduzione di Mirco Ercoli, a cura di Giulia Coralli, grafiche di Francesca Torelli; caricato su “The Anarchist Library” nel 2011 e tutt’ora gratuitamente disponibile in lingua inglese).

Questo volumetto si presenta al lettore come un libro dall’animo introverso, reclusivo, dotato di uno stile grafico fortemente debitore delle vecchie fanzine DIY (ma niente affatto “scarno”). Lo stesso titolo del libro ‒ posto in secondo piano, poco sopra il codice ISBN ‒  appare sperduto nel bel mezzo degli stralci di un estratto che avanza minaccioso verso il lettore, emergendo da uno sfondo arancione e nero, che tanto ricorda un tramonto dell’era industriale. Un voto di anonimia e cospirazione o, forse, nonché una scelta poetica, che ben introduce il lettore alla “confessione” redatta dall’autore (o autrice, o autori, o che so io), un militante, ormai più che disincantato, che si è posto l’obiettivo di redarguire quante più persone possibile dei rischi e delle possibilità offerte dalla catastrofe ecologica.

Desert è una lunga, desolante cavalcata tra gli orrori della guerra, della sete e della carestia. Una marcia forzata che, tuttavia, passo dopo passo, sfocia in una serie di consigli pratici, teorici e strategici, rivolti a tutti e a nessuno. Quello che l’anonimo offre al lettore è un invito a ereditare, oltre che un tentativo di cambiare, nel lungo termine, il corso del destino.

Dalle pagine di questo scritto, trapela un messaggio lugubre, ma semplice, quasi onesto: Il mondo, o almeno il mondo che conoscevamo, è perduto, anzi già ha cessato in parte di esistere. D’altro canto, quel che non avrà fine finché l’essere umano esisterà in quanto specie, è il mutuo appoggio, la volontà di resistere e sopravvivere. 

Argo traduce in italiano un testo già fluito come un nube di spore nell’underground ecocritico e ambientalista, e destinato a tramutarsi in una pietra miliare letteraria dell’Antropocene. 

Le affinità tra questo piccolo libro (post)apocalittico e lo scritto di Meschiari risultano evidenti a prima vista. Per certi versi, Desert è un primo accenno, sebbene ancora parziale e immaturo, al manuale di cui Meschiari parla nella sua prefazione. 

Non dimenticate mai che in futuro scoppieranno rivolte per il cibo e per l’acqua, e che gli eserciti di tutto il mondo stanno coltivando la vostra fine, addestrandosi a combattere nel deserto. Ma non scordate neppure che tali rivolte e insurrezioni potranno divenire, con la giusta preparazione, il germe di un nuovo mondo. Ecco, in breve, il messaggio di Desert

Lorenzo Mari, autore dell’interessante prefazione che apre Desert, è anche infaticabile curatore e traduttore del nostro terzo, piccolo scritto: #Misantropocene. 24 Tesi (pubblicato, in lingua originale, da Commune editions, e gratuitamente disponibile qui), di Joshua Clover e Juliana Spahr, edito dalla libreria indipendente Modo Infoshop, di Bologna (bella, andateci se capitate!). Come nota Mari, #Mistantropocene è un poema punk, costellato da un’incessante serie di “Fuck! Fuck! Fuck!”, che ne scandiscono il ritmo come una raffica di colpi di fucile sparati alla rinfusa contro il soffitto.

Ma per comprendere quest’ultimo punto, dovete innanzitutto leggere.

Fanculo la Rivoluzione Francese il concetto di quintile il Burning Man Festival “L’Inghilterra è una nazione di calzolai” la Letteratura con la L maiuscola e gli abitanti di Passy. Fanculo la sostenibilità di Whole Foods la Piketty-mania del 2014 per i tipi della Harvard University Press l’indie rock e Fight Club. Fanculo la polizia di vicinato. Fanculo il post-strutturalismo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il banjo rock. Fanculo il meta-commento auto-riflessivo alle critiche del banjo rock […]

[…] Fanculo chi pompa la sabbia dai fondali dell’oceano sparandola in un grande arco per costruire nuove isole. Fanculo il fatto che questo lo chiamino fare arcobaleni. Fanculo qualsiasi tipo di draga. Fanculo il fatto che i cavalli da corsa non riescano più a montarsi l’un l’altro ma allo stesso tempo si insegni allo stallone a montare un manichino di compensato e a scoparsi una vagina di plastica riscaldata. Fanculo i prìncipi da sempre e in qualsiasi nazione fanculo Palm Jumeirah e Palm Jebel Ali e l’atrazina. Fanculo chiunque abbia mai comprato un grande sacco di veleno per le formiche perché le formiche hanno uno stomaco sociale e bisogna essere degli egoisti figli di puttana se non si vuole che si spartiscano equamente le loro minuscole porzioni di cibo. E fanculo questa lista con il suo mix di distruzione dell’ambiente e spocchia verso la cultura popolare e fanculo ognuno di voi che ha riso alla battuta sul banjo rock e fanculo noi tutti per averla scritta. E fanculo non soltanto il Googlebus ma anche il Googledoc che questa poesia ha attraversato avanti e indietro e fanculo noi perché siamo qui a leggere una battuta sul banjo rock mentre il topo saltatore del New Mexico si è estinto. Fanculo il fatto che questo sia successo due giorni e venti ore fa. E fanculo che la prossima sia la rana dalle zampe gialle della Sierra Nevada perché a noi le rane sono sempre piaciute la vulnerabilità della loro pelle la vulnerabilità della nostra pelle. 

Si tratta di un testo fortissimo, lacerante, acido (e non nel senso di un patetico acidume psichedelico, grazie al cielo). Ogni singola tesi si abbatte sul lettore come un colpo di martello, forte di uno stile, di un ritmo, di una lucidità e di una cogenza ‒ tanto semantica, quanto storica ‒ che trasformano l’intero volume, di appena tredici, quattordici pagine, in una vera e propria incursione lampo. 

Risulta addirittura difficoltoso trattenersi dal parlare di #Misantropocene allo stesso modo in cui si parlerebbe di un album hardcore o grindcore. O come di una performance stand up da un quarto d’ora, eseguita da due persone che, dal palco, ti urlano in faccia tutto il loro rancore e la loro disperazione per un presente sconvolto e massacrato, diretto come un proiettile verso un futuro ancor più sconvolto e massacrato.

Si tratta, inoltre, dell’unico libro che io abbia mai perso in tutta la mia vita :O

(Mi prenderei a calci da solo per questo, giuro é_é)

Il 2021 ‒ parte integrante di quello che, a oggi, si presenta come un biennio già inserito nel continuum epidemico di cui i ricercatori parlano ormai da anni ‒  non è stato un anno poi così disattento alle radici profonde dell’Antropocene, né alle crisi che esso porta con sé. E non è un caso che i curatori, i traduttori e gli stessi autori di questi tre librini, siano parte di una rete che opera secondo dettami del dono, della cooperazione e del mutualismo.

Tre uscite editoriali (di cui le ultime due non-editorali o, forse, eso-editoriali, al pari delle meravigliose Edizioni Volatili) che mostrano come il dibattito sull’Antropocene possa benissimo andare oltre la coccarda accademica per il miglior provolone, e ben al di là dell’hashtag appuntato da Clover e Spahr, con amara ironia, dinanzi al titolo Misantropocene.

Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari ma il suo campo di ricerca si estende al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille. Membro fondatore del "Seminario Musica e Filosofia" di RomaTre. Traduttore italiano di "In the Dust of This Planet" di E. Thacker.

1 commento su “Collasso. Desolazione. Isolamento.”

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