Alcune note su Insurrezione Gotica, anti-prassi ed estinzionismo attivo

Vorrei provare a mettere per iscritto alcune brevi riflessioni ‘a caldo’ su un paio di testi, uno mio e uno di Enrico Monacelli, apparsi su Not negli ultimi giorni. I due scritti in questione sono “Insurrezione Gotica” e “Aspettando l’Estinzione“.

Nonostante le ovvie differenze, si tratta di due produzioni teoriche che tentano di rielaborare e re-immaginare l’eredità dell’unconditional accelerationism  (U/Acc) – una corrente ben distinta dall’accelerazionismo di sinistra/destra, da tempo ampiamente dibattuta in rete. Questa nuova entita teorica si rifà al pessimismo cosmico, al cosmicismo, alla sfiducia nei confronti della modernità e della necessità ontologica o metafisica di una Singolarità tecnologica. Per quanto mi riguarda, ritengo che la principale differenza tra unconditional/Acc e Goth/Ins (così, d’ora in poi, sarà abbreviata Insurrezione Gotica) stia nel fatto che, sebbene anche quest’ultima tenti di portare al punto di ebollizione alcune prospettive di stampo naturalista e federalista, essa, al contempo, prende in prestito dalla NRx differenti caratteristiche che possono essere ancora correttamente definite ‘reazionarie’ e/o ‘realiste’ – in opposizione agli aspetti deterministicamente ottimisti che permeano ogni attuale corrente dell’accelerazionismo, persino l’iper-catastrofico U/Acc. Un ulteriore aspetto fondamentale di Goth/Ins è rappresentato dal focus sulla molteplicità temporale, ossia sulla virtualità degli sviluppi dinamici che possono essere prodotti, attivati, corrotti o recuperati in versione ‘mutante’ o ‘non-morta’. Una caratteristica che va a sommarsi alla preminenza del Reale sull’immaginario, ossia della termodinamica e del materialismo naturalista sull’ideologia. Una duplicità cronologica che fa a pezzi e rielabora impersonalmente ogni struttura, al di là dei nostri prospetti diagrammatici, delle euristiche e delle progettualità – vanificando sul piano trascendentale qualsiasi tipo di egemonia, di totalità e di supremazia. A partire da questi semplici presupposti, è possibile ricavare alcune importanti conseguenze: a) nessuna struttura può ‘vivere’ per sempre b) nessuna struttura può generarsi o essere generata laddove vi siano alternative più economiche e/o più immediatamente efficaci c) anche qualora comparissero a posteriori alternative più economiche e più efficaci, le variazioni e gli sviluppi delle strutture avrebbero subito dei lock-in (di path dependency) che, tramutandosi in vincoli operativi, impedirebbero di tornare indietro con facilità. Per quanto mi riguarda (ossia inerentemente al mio lavoro personale), ammetto, senza alcuna remora, che si tratta di una rilettura di alcuni punti critici della Neo-Reazione e di un ritorno forte all’opera tanto del primo, quanto del secondo e del terzo Nick Land (tre individui simili e tuttavia differenti, rappresentati, rispettivamente, dal Land batailleano, dal Land deleuziano e dal Land moldbugghiano).

Mi concentrerei, a questo punto, sulla replica di Enrico ad alcune problematiche relative a Goth/Ins. Due passaggi in particolare mi sembrano esemplificare e sintetizzare gli aspetti critici di “Aspettando l’Estinzione”. Nel primo dei due Enrico scrive:

“Ogni ambito della nostra vita sociale sembra essere soffocato da una retromania totale, dai revival del revival del revival. Viviamo in un Overlook Hotel a cielo aperto, cavalchiamo un serpente che continua a mangiarsi la coda e abitiamo in un mondo in cui il presente rigurgita davanti a sé sempre e solo copie sbiadite di un tempo che ci sembra di aver già vissuto. Il futuro è morto […] Credo che la situazione sia decisamente peggiore e più soffocante di quanto Kulesko lasci intendere. Credo, infatti, che alla base di questa temporalità circolare che contraddistingue il nostro Neo-Medioevo ci sia una linearità apocalittica, neo-millenarista e tragica, contraddistinta dalla ferma convinzione che il nostro destino sia già totalmente e irrimediabilmente scritto. La ripetizione infinita del passato non è che il sintomo di una temporalità più profonda, marcata da un futuro che, lungi dall’essere stato cancellato, è fin troppo presente e già deciso in partenza. Questo futuro, che rende ogni tentativo vano e destinato a fallire e, di rimando, genera il tempo dell’hauntologia, può essere riassunto in un solo termine: estinzione. Il nostro presente […] è ossessionato dall’idea che presto verremo annientati, che il mondo per come lo conosciamo verrà cancellato, che il nostro tempo sia una linea retta verso la distruzione totale e, per questo, si aggrappa a un passato contraddistinto dall’assenza di questa consapevolezza [Si tratta di una] visione del mondo secondo la quale siamo destinati a sparire nel nulla [e] che definiremo estinzionismo passivo.

Sono profondamente d’accordo con Enrico sul fatto che la linearità cronologica, fondata sull’attrattore maggiore dell’annientamento termodinamico, produca numerose sotto-oscillazioni, legate, a loro volta, a diversi sub-attrattori – alternando e sovrapponendo alla linea retta la circolarità dell’eterno ritorno (una delle principali intuizioni di Bataille, nostro comune riferimento teorico). Mi trovo d’accordo anche sulla rigida necessità dell’estinzione della nostra specie, della nostra persona, del pianeta e dell’universo stesso – e sarebbe terribilmente sciocco, da parte mia, non essere d’accordo su un punto così ovvio e importante. Non sono tuttavia d’accordo sul fatto che il processo impersonale, o la molteplicità di processi impersonali, che conducono fuori dal Labirinto, ossia verso la Morte, sia così preminente da far passare in secondo piano ciò che è, o è rimasto, in stato di virtualità: il passato, il mai-nato o gli oscuri processi che si snodano al di fuori del nostro accesso cosciente. Non bisogna confondere il tempo-futuro, mobilitato dall’Attrattore, con l’Attrattore in-sé, ovvero con lo stato finale di ogni processo.

Ritengo tuttavia importante l’idea di ‘estinzionismo passivo’ . Come asserisce più avanti lo stesso Enrico, infatti, la linearità apocalittica condurrebbe a forme di ‘estinzionismo attivo’, ossia al desiderio affermativo, maturato da alcuni ‘spiriti liberi’ (per dirla con Nietzsche), di attualizzare il virtuale – con la piena coscienza che il culmine e, al tempo stesso, la sorgente di tale virtualità colma di vita è la Morte stessa, intesa in quanto Divenire/Negazione dell’Essere/annientamento. La doppia spirale spettrologico-vampirica, di per sé, già comporta, dal suo lato ‘vampirico’, la pulsione all’annientamento e al ritorno all’inorganico (l’Attrattore Maggiore). Tuttavia, come nell’Eterno Ritorno, a tornare è la potenza, che elimina attivamente le forze passive e reattive, trascinandole in un vortice di pura attività distruttrice; ammettendo la diade passivo/attivo siamo costretti ad assumere anche questa impostazione teorica – che di certo include in sé la ‘fine di tutte le cose’, ma che non ne fa il suo cardine teorico. Questa stessa Fine, l’Apocalisse vera e propria, non costituisce un aspetto problematico ma la scomparsa di tutti i problemi possibili; si tratta, perciò di un tempo ‘irrilevante’, che sappiamo che giungerà, prima o poi, ma che non sappiamo né come né quando giungerà. Nondimeno, questa ultima fiammata che consumerà il mondo è l’allegoria e il mito fondativo della distruzione creativa e ultra-nichilista di Goth/Ins.

Se il futuro è colmo solo di morte, il passato (nella sua triplice forma monumentale, critica e antiquaria) rappresenta l’unica fonte di ispirazione alternativa alle tradizioni e alle memorie di un mondo zombificato. Ogni linea temporale viene spazzata via unicamente dalla riattivazione in forma mutante, o non-morta, di elementi passati o mai-nati, e dall’azione disgregatrice della Morte-Divenire. Come possiamo notare dall’analisi condotta in senso a U/Acc, anti-prassi e anti-politica non rappresentano delle scelte tra le altre, ma delle alternative – intrinsecamente e paradossalmente pratiche e politiche – a un banale spreco di tempo ed energie. Che piaccia o meno, non vi è altra scelta che il barbarismo e la dissoluzione delle modalità attraverso le quali la modernità è nata e si è sviluppata in occidente. Non vi è altra via d’uscita che il ritorno del passato in forma aberrante, proprio perché tale passato si è già attualizzato. All’inverso, ciò che non è per nulla certo è che la modernità sia in grado di auto-superarsi, auto-distruggersi o consumarsi da sé, senza alcun intervento ‘esterno’. Questo è esattamente il motivo per cui, partendo dal presupposto di un ipotetico neo-medioevo, si sarebbe già in grado di configurare questo nuovo tempo, per l’appunto, come una degenerazione mutante – e non come un ritorno o un revival; è  proprio in virtù del barbarismo, della frammentazione, della ri-emergenza dell’autoritarismo dispotico, dell’inefficacia della politica e della mostruosità sociale, che possiamo affermare che la modernità è già morta stritolata e che l’anti-prassi è l’unica ‘opzione’ rimasta (“viviamo in una società”; non è una cosa già di per sé terrificante, gang? Tempo di insorgere e uscire).

Giungo così alla conclusione del testo di Enrico, riguardante le mie stesse conclusioni in Goth/Ins:

“Kulesko […] conclude il suo articolo chiedendosi, parafrasando Nietzsche, chi saranno questi nuovi barbari. Dopo aver bruciato il mondo, Claudio sembra domandarsi come identificare queste moltitudini che destituiscono l’esistente e si lanciano contro la temporalità egemonica, qualsiasi essa sia. Senza voler risultare eccessivamente polemico, credo che questa domanda sia completamente inessenziale […] l’identificazione e il Nome Proprio sono strutture inutili in questo tipo di insurrezione totale, volta a smontare la mobilitazione temporale tragica in cui siamo immersi. Ciò che veramente importa, ciò che unisce e qualifica la distruzione liberata dal misticismo barbarico è ciò che l’insurrezione fa, non chi o cosa è. Se l’identità dei nuovi barbari resta misteriosa, il loro operato è cristallino e perfettamente prevedibile. I nuovi barbari […] fanno una cosa sola: trasformare la tragedia e la decadenza in fonti di potenza e sovversione.”

Non potrei essere più d’accordo di così, al punto che desidererei ripudiare l’espressione infelice con la quale ho concluso il mio scritto. A mia discolpa, tuttavia, specifico che l’impiego della forma interrogativa non dovrebbe essere inteso come una richiesta di identificazione o di soggettivazione (un’interpellazione ‘congelante’ che funga da apparato di cattura). Potrebbe invece essere declinato nella forma di un’evocazione oracolare. Si tratta in sostanza di una chiamata alle armi ma anche di un presagio: di un invito a una proliferazione performativa delle molteplicità barbariche e a una convergenza nell’anti-prassi (o, più precisamente, a una convergenza nella divergenza assoluta). A dover essere vanificata da questo richiamo è l’idea di Moltitudine al singolare.

Il mondo è già bruciato e, al tempo stesso, non-ancora-bruciato-a-sufficienza: i principali nemici restano in piedi. La neo-reazione, i revival di ogni sorta, lo statalismo ottimista, il conservatorismo classico e l’autoritarismo poliziesco si fanno, anzi, sempre più forti e rumorosi. Seguendo Enrico, si potrebbe anche suggerire che il principale nemico sia il nostro stesso bisogno di identificazione, che si intensifica dinnanzi al terrore dell’invisibile e dell’indecidibile. C’è ancora molto da gettare tra le fiamme, e c’è ancora parecchio da dire su Goth/Ins – sui suoi possibili sviluppi, sulle sue fallacie e sulle sue potenzialità concrete. Grazie a Enrico Monacelli per aver sollecitato questa riflessione che è, nel medesimo istante, una piena assunzione di (ir)responsabilità da parte mia.

 

Claudio Kulesko

 

 

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Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari ma il suo campo di ricerca si estende al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille. Membro fondatore del "Seminario Musica e Filosofia" di RomaTre. Traduttore italiano di "In the Dust of This Planet" di E. Thacker.

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