Contro la Natura – un breve pamphlet

 

Claudio Kulesko

 [Originariamente apparso in Alphaville – per un’Ecosofia del Futuro n.1, 11/11/2016.]

a forest

 

“Natura” è il segno che indica ciò che è stato distanziato, ciò che è abietto, oggetto d’esilio. Per definizione, ci si può riavvicinare solo a ciò che si è (o è stato) allontanato.

Gli esseri umani, animali dall’indole creativa, credono di poter tornare alla natura o, inversamente, di potersi separare da essa come ci si separa da uno straccio. La nota tragica dell’esistenza umana risiede in questa bizzarra convinzione: che basti saper erigere un villaggio, una città, scrivere o leggere un libro, parlare, amare, odiare e ricordare, per non esser più oggetti naturali. Con occhi velati di timore e curiosità, la “scimmia nuda” scruta la natura da una certa distanza, vi s’inoltra, incerta di quel che troverà sul suo cammino.

Il più delle volte in giovane età, scopriamo con sorpresa che passeggiare in un bosco ci fa sentire liberi: respiriamo il silenzio, ascoltiamo, in raccoglimento estatico, il delicato suono della nostra pacificazione interiore. La seduzione che subiamo da boschi, parchi, spiagge e campagne sta tutta in questa capacità di assorbire, quasi fosse anidride carbonica, la crisi esistenziale che ci incalza.

Un buon fine settimana rimanda il collasso nervoso e sollecita l’appetito.

Attraversando ambienti non antropizzati, attraversiamo in realtà il nostro immaginario privato, i paesaggi della nostra alienazione: assillati dai più oscuri desideri di morte, bramiamo la vita – quella vita della quale i regni vegetale e animale sembrano custodire il segreto.

Un bosco, tuttavia, non esiste. Non esiste in quanto insieme ripiegato su sé stesso, ricco di energie vitali; non esiste neppure in quanto luogo di ricongiungimento al proprio “sé” o ai propri dèi personali. Un bosco è un’orgia riproduttiva, un ammasso di putrefazione, un ecosistema che produce, inghiotte e metabolizza, in un ciclo costante e in violento divenire. Tutto ciò che “sentiamo” affettivamente della natura boschiva è smentito dai meandri oscuri o microscopici di una foresta temperata. Natura è quel tronco abbattuto dalle intemperie, lentamente divorato dagli agenti batterici; natura è quell’albero morente, infestato da edere rampicanti e funghi; quella sbadata pernice che sta per essere predata da una volpe di passaggio. Ciò che più mi colpisce degli ecosistemi “naturali” è il puzzo di morte, l’incredibile quantitativo di conflitti disseminati in ogni anfratto.

Ogni spazio astratto della superficie terrestre è un ecosistema reale, inserito in una vasta rete di ecosistemi: ciascuno di essi è perfettamente naturale – una fabbrica metabolica aperta e in divenire. Ciascuno degli oggetti prendente parte a un ecosistema, compresi i manufatti (come ad esempio il favo, artefatto prodotto dalle api tramite la lavorazione di cera e saliva), è, di conseguenza, perfettamente naturale. In ogni ecosistema – o meglio, in ogni ecosistema fattuale, non ancora interpretato linguisticamente – non vi è traccia di pensiero, non vi è alcuna dialettica, non vi è sintesi che non sia digestione od ovulazione, nascita e morte, scomposizione o ricomposizione di frammenti in configurazioni organiche e inorganiche. Persino le grandi città, i loro cieli, i loro sottosuoli, le intercapedini delle nostre abitazioni, finanche gli angoletti più remoti delle stanze più ossessivamente isolate dall’esterno, sono un brulicare di morte e desiderio.

Laddove l’ecologia profonda pone l’accento sulla distanza radicale tra umano e naturale, evidenziando la necessità di tutelare gli ecosistemi naturali, l’ecosofia si occupa dello studio (comparativo e non settoriale), degli ecosistemi; dell’individuazione dei conflitti intercorrenti tra gli ecosistemi e all’interno di essi; della costruzione di ponti concettuali tra specie e regni differenti. L’incontro tra le differenze, ma anche la produzione di nuove differenze specifiche, è ciò che l’ecosofia dovrebbe favorire e disciplinare – in primo luogo mitigando l’immaginario, ridimensionando la tracotanza della coscienza umana.

L’homo sapiens − non già soggetto “sintetico” o “spirituale”, ma oggetto naturale, al pari di un girasole o di una talpa – può di certo interrogarsi sulla misura delle sue responsabilità nei confronti delle altre specie; ne ha, anzi, il dovere, poiché principale colpevole della massiccia riduzione della biodiversità terrestre. Ma al di là del senso di colpa, ciò che davvero è in ballo è la perdita dell’eterogeneità, di tutte quelle differenze che costituiscono l’abbondanza ecosistemica. L’estinzione di numerose specie (e la graduale sparizione di molte altre) non fa che isolare l’essere umano, lasciandolo in balia di se stesso:

La scomparsa degli animali è un fatto di una gravità senza precedenti. Il loro carnefice ha invaso il paesaggio; non c’è posto che per lui. L’orrore di vedere un uomo là dove si poteva contemplare un cavallo[1].

il modello rappresentativo e identitario dell’umano si sta spandendo come un sudario su ogni territorio. Nell’arco della propria esistenza, un gran numero di esseri umani incontra uno scarso quantitativo di individui appartenenti a specie non-domesticate, o non confinate nei circuiti dell’allevamento intensivo. Intrappolati nel vicolo cieco dell’identità umana, ciò che ci attende è la pura e semplice stupidità, ovvero l’incapacità di pensare e assemblare concetti che solo l’incontro/scontro delle differenze produce.

La natura, quel qualcosa che corrisponde al Divenire stesso, alla decomposizione e alla ricomposizione delle forme, è la Sostanza – l’unico mondo che abbiamo, la nostra unica occasione. Ciò che vive in essa, ciò che si nutre di essa, è ciò che l’umanità può liberamente (arbitrariamente), scegliere di tutelare. Con o senza balene, con o senza esseri umani, la Natura è quell’iperoggetto[2] indifferente che si perpetrerà finché vi sarà movimento nell’universo. In questa determinata configurazione, il Divenire ci è duplicemente avverso (siamo di fatto incalzati, al tempo stesso, dal Divenire cosmico e da innumerevoli divenire tecnologici). Siamo giunti al punto in cui la catastrofe ci costringe a reimmaginare il nostro raffazzonato ruolo di animali “iper-tecnologici”, o sparire. Da una parte stiamo cominciando solo ora a interrogarci sull’impatto della manipolazione tecnica della Natura; dall’altra abbiamo l’occasione di impiegare questi stessi mezzi in modo creativo, in direzione di una ristrutturazione ecologica del pianeta[3]. Proteggere noi stessi significa proteggere anche le altre specie dall’accelerazione costante causata dall’evoluzione della nostra specie, nonché dai mutamenti spontanei della biosfera. Siamo chiamati a custodire l’eterogenesi oltre ogni paternalismo, anziché inchiodare gli ecosistemi ai territori e alle tassonomie – a un irreale e glaciale immobilismo da giardino zoologico.

 

[1] Cioran E., Il Funesto Demiurgo, Adelphi, Milano, 1986.

[2]Morton T., Hyperobjects, University of Minnesota, Minneapolis, 2013.

[3] The Scientist, Man Eating Mushrooms, https://www.the-scientist.com/?articles.view/articleNo/31132/title/Man-Eating-Mushrooms/

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Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

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