Death metal: la furia e lo smembramento

Claudio Kulesko
 death metal
“Analizzare”, tanto in filosofia quanto in medicina, significa “scomporre in parti semplici”, “fare a pezzi”; quale termine potrebbe essere più adeguato per una prima esplorazione del death metal? Si dovrebbe dunque procedere a smembrare e svuotare un corpo, con la stessa grazia di un assassino: c’è forse modo migliore di giungere a giudizi affrettati, di condurre fino in fondo un’analisi superficiale? L’eviscerazione tuttavia presenta anche dei vantaggi: l’aruspico, nel suo tentativo di chiaroveggenza, è costretto a scavare nella carne dell’animale, in quanto la divinazione muove proprio dal divino che si incarna nelle interiora – esse conserverebbero infatti una testimonianza della relazione tra i corpi e l’ambiente (umano e non-umano) circostante.
Potrebbe anche darsi che lo squartatore sadico (in questo caso il filosofo), sia, in fondo in fondo, un abderita, un pessimista ossessionato da una perniciosa forma di materialismo. Democrito stesso, in una lettera apocrifa attribuita a Ippocrate, ricerca nelle carcasse animali l’origine fisiologica della sua pazzia.

In questa prima parte dell’analisi osservo la cavia, e mi chiedo, ancor prima di analizzare la sua struttura: cos’è? Un primo sguardo (dato da una prospettiva ingenuamente psicoanalitica), indicherebbe un certo rapporto di discendenza tra heavy metal e death metal: le tematiche occulte, il suono iper-distorto, l’estetica provocatoria dei musicisti e degli artwork; tutto sembrerebbe rimandare a un aggravarsi di una patologia (forse una forma antisociale dovuta a un attaccamento insicuro, sfociata poi, in adolescenza, in un comportamenti evitante e aggressivo). Tuttavia, a un occhio più disincantato, appare evidente come tale degenerazione assomigli molto più a quel particolare aggravarsi di una malattia che si chiama comunemente (permettetemi la battuta) morte. Se una buona parte dell’heavy metal degli anni ’80 dello scorso secolo invecchia e, come tutti gli adulti, si imborghesisce, un’altra parte muore e si decompone, per poi essere rianimata a partire da quella componente, “occulta” e “oscura”, latente nel codice genetico dell’heavy metal.
Il death metal è senz’altro un corpo, un corpo nato (per generazione spontanea), dalla putrefazione di un altro corpo, quello dell’heavy metal: così come lo zombie, il morto vivente, “è e non è” il caro estinto, il death metal è e non-è l’heavy metal.
La rapidissima proliferazione del metal, la sua caratteristica “iper-adattività”, ha permesso (e permetterà), la continua, inarrestabile espressione di ogni dato genetico insito nella sua forma primordiale. Il metal si pone di fronte al rock come una mutazione di quest’ultimo, una mutazione super-invasiva, parassitica e pansessuale, ovvero in grado di accoppiarsi, per di più fertilmente, con ogni altra specie.
Ma cosa esprimerebbe il death metal in particolare?
To raise the dead belongs, to the blackest arts
Violate the grave to make the corpse rise
Command the spirit to reveal hidden treasures
And to speak about, what beyond death lies
[Legion of the damned, Disturbing the dead]
Cosa giace oltre la morte? Che cosa ha rinvenuto “la più nera delle arti”? Nient’altro che un sapere che precede l’esistenza degli esseri umani, un sapere ‘primordiale’ che scava sotto i corpi e al loro interno, una nuova vita che rivela i tesori di un altro mondo, un mondo ctonio nascosto nei corpi dei viventi come nelle profondità della terra:
Rid us of our human waste
Cleanse our earthly lives
Make us one with darkness
Enlighten us to your ways
[Morbid Angel, Immortal Rites]
La morte è l’evento programmato, la sorpresa rovinata, il tarlo che scava, la fauce del tempo che divora ogni cosa. Potrebbe l’essere umano accedere al dominio della morte ancor prima di morire? Nella prospettiva che voglio offrire, il death metal, oltre a essere una sofisticata forma di intrattenimento e di espressione artistica, sarebbe anche il portale per una dimensione in cui il divenire cronologico, il macabro e il distruttivo regnano sovrani: una sorta di “divenire-bestiale” .
Per chiarire questo aspetto faremo ricorso a un appiglio esterno: in Massa e potereElias Canetti descrive la minaccia rappresentata dalle mani e dalla bocca degli esseri umani: essi non sarebbero altro che la presenza non-manifesta (una sorta di diabolica assenza), degli artigli e delle fauci del predatore. Ciò che noi esperiamo come una pacifica estensione di noi stessi e della nostra umanità è, in realtà, la possibilità di mettere in moto una vera e propria “macchina di morte” – sarebbe questo il motivo per cui i piccoli animali selvatici si ritraggono terrorizzati dalle nostre ingenue manifestazioni di affetto, ovvero da baci e carezze. Cosa siamo in realtà? La radicale risposta del  death metal è: “Nient’altro  che macchine biologiche che mangiano e defecano”.
Appare subito evidente che sebbene il death metal (come è stato spesso notato), imiti i suoni e i rumori tipici della società industriale e delle fabbriche, esso non assume questa particolare forma per esaltare il progresso, o per ‘scaricare’ catarticamente lo stress dell’uomo moderno. il Death metal incarnerebbe una produttività primitiva, preesistente all’essere umano: la fabbrica autoproducente del mondo naturale, i cicli alimentari attraverso i quali i viventi nascono, crescono e muoiono – fagocitati dagli ecosistemi; tutta la spessa stratificazione alla quale il mondo organico partecipa, e dalla quale spesso ci ritraiamo ripugnati (come alla vista di una carcassa brulicante di larve). Lo stesso uso estensivo di  vocals gutturali, a volte al (ma spesso ben “oltre il”)  limite della comprensibilità, indicherebbe un collasso della significazione, un’insufficienza del linguaggio nel descrivere, cogliere o, addirittura, intuire, l’orrore sepolto nei meandri del corpo umano  e delle profondità terrestri. Il death metal manifesta, in modo immediato, che l’essere umano (animale deviato e primate anomalo), potrebbe, in qualsiasi istante, rigettare il processo di ominazione; ma anche che l’umano, in virtù della sua peculiare devianza, potrebbe addirittura trasformarsi in qualcosa di ancora più primordiale: la Bestia.
Lunatic of God’s creation
No resist
Hear the voices of devastation
There is darkness in his eyes
And you won’t see it, before you die
Per il death metal il demoniaco non è la sola “assenza del bene” (un imperativo etico al quale ci si è colpevolmente sottratti), ma una presenza tangibile, empiricamente osservabile, coincidente con i processi naturali: deus (o in questo caso diabolussive natura; dio (il diavolo), ossia la natura”. Il bizzarro satanismo professato dalla maggior parte delle band ascritte al genere death (ancor più bizzarro se confrontato con il rigoroso satanismo della second wave del black metal), potrebbe perciò essere definito come una forma di “naturalismo delle profondità”; un ateismo materialista sfociato, con il tempo, nella pura ostentazione di un rifiuto delle altezze della morale e del divino.
Sprofondare, aumentare la velocità (di scavo), portare la tecnica del blast beat a livelli mai visti prima, essere i più blasfemi e rivoltanti di sempre: il sogno di qualsiasi band.

Penetrate the minds of those misfortuned at birth.
Murder is etched in the deepest chasms of the soul.
Salvation stripped from the origin of existence.
Obstinacy abandons, as you yield your world to me.
Decree of my darkest dreams.
Memories of my future.
Welcome to my church
[Suffocation, Pierced from Within]

Giunti al momento di sollevare il bisturi lo specime, che credevo ben immobilizzato sul lettino operatorio, si dimena e prolifera orrendamente come una cellula tumorale, esprimendo nello stesso tempo tutte le differenze che covava virtualmente  in-sé: melodic death metalfuneral death metalbrutal death metaldeathcoredeathgrind…Il rizoma di questa pianta mostruosa si dipana a perdita d’occhio. Vengo infine sopraffatto dalla macabra rigogliosità di questa “cosa” che non può essere descritta oltre.

 

Annunci

Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...