Note schizo-pedagogiche sulle strutture di dominio

Claudio Kulesko

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Io dico: liberati quanto puoi e avrai fatto ciò che sta in tuo potere; infatti non è dato a tutti di superare ogni barriera, ossia, per parlare più chiaramente non per tutti è una barriera ciò che lo è per alcuni. Perciò non preoccuparti delle barriere degli altri: è sufficiente che tu abbatta le tue.

Max Stirner

 

Siamo reazione, reazione rivolta contro noi stessi. Siamo il prodotto della reazione e produciamo noi stessi reazione. Il risentimento ci ha reso quel che siamo. Per comprendere come ciò sia possibile, è anzitutto necessario accettare il presupposto teorico stabilito da Stirner e Nietzsche: le forze reattive separano il forte da ciò che può. Attraverso un contagio della debolezza, il risentimento è in grado di operare una scissione sul piano onto-metafisico, distanziando l’attualità di un determinato organismo (ciò che esso è), dalle virtualità e dalle contingenze proprie di quello stesso organismo (ciò che è stato in passato e ciò che potenzialmente sarà). Sebbene esso sia perfettamente configurato e “pronto-alla-mano” (ossia ben costruito, utile e disponibile all’uso da parte propria o altrui), l’organismo è preventivamente inibito dall’ambiente circostante. La tensione all’espressione viene armonizzata normativamente, secondo l’intensità comune a un gruppo, a una moltitudine sociale o a una specie. Per quanto astratta, la castrazione psichica di un organismo produce effetti concreti al livello delle funzioni utili all’espressione del corpo-mente.

Per richiamare ancora una volta l’analisi heideggeriana dello strumento-rotto, L’individuo castrato è paragonabile a un martello suddiviso nelle sue due parti fondamentali: un oggetto inutilizzabile, prigioniero di un eterno presente esistenziale. Il passato appare colmo di errori e superstizioni, il futuro è una soglia inaccessibile − preclusa da un atteggiamento “realista”, tipicamente reazionario. Lo stato di cose presente si manifesta come l’apice delle possibilità storiche e collettive, impedendo la cronogenesi di linee temporali alternative.

Non si dovrebbe, tuttavia, cadere nell’errore del considerare il martello rotto come un oggetto mancante. La comprensione del risentimento, dell’ombra e del freddo comporterebbe non tanto un elenco di mere assenze, di vuoti ontologici (non si dovrebbe, cioè, definire, frettolosamente come la scolastica, la debolezza in quanto assenza di forza), quanto una genealogia delle alterne fasi processuali di un moto dissipativo generalizzato. Nel caso specifico del risentimento, la dissipazione entropica, la dispersione di energia non utilizzabile, è prodotta proprio dall’emergere di forze affermative, forze che innalzano il livello di tensione generale, oltrepassando per eccesso una certa soglia normativa (sarebbe a dire che la negazione delle espressioni devianti è il prodotto della minacciosa potenza di queste stesse anomalie). L’ombra, la debolezza e il gelo generati dall’affermazione corrispondono proprio alla reazione, al tentativo collettaneo di produrre osmosi, riducendo o sopprimendo le istanze caotiche degli organismi devianti. Senza sosta, i processi producono collateralmente altri processi − processi devianti e originali ma anche processi opposti e antitetici, mai dialetticamente sintetici ma apertamente distruttivi e assassini (rivolte, cospirazioni e rivoluzioni). Tuttavia, affinché il dispositivo di controllo reattivo sia completo, alla normalizzazione si dovrà affiancare la regolarità della legge, l’imprigionamento del possibile nella necessità lineare propria della legalità. La norma in sé non sarebbe sufficiente a determinare un efficace apparato di dominio, rimanendo un debole criterio di esclusione sociale, incapace di “sorvegliare e punire” la deviazione dall’organizzazione collettiva. L’intreccio di norma e legge produrrà un’impeccabile macchina di dominio, all’interno della quale o, meglio, sulla superficie della quale, i prigionieri stessi godranno della loro prigionia, al punto di denunciare, punire e uccidere autonomamente gli organismi devianti. Ciò che la legge impone verticalmente è la conferma “a posteriori” della validità della norma. A partire da questa polarizzazione sarà possibile derivare regole, atte a garantire l’ordine all’interno di comunità spazio-temporalmente limitate − come classi, uffici, luoghi pubblici, associazioni, ospedali e via dicendo.

Il nomos, convenzione pura, codice aperto e mutevole, ha bisogno di apparati legali che ne solidifichino gli effetti normativi, e che generino moti di responsabilizzazione collettiva, in grado di gettare le basi per il disciplinamento e l’auto-disciplinamento dei soggetti (una riproduzione automatica della macchina dominante). Il diritto consente di riprodurre sul lungo termine un certo modello di normalità, consentendo la formazione di identità individuali e collettive care alla reazione. La violenza etica, ossia la violenza rivolta agli “stili” (o comportamente) abitativi individuali e comunitari, si rende così un processo di produzione e selezione, di esclusione e inclusione, biopolitico e, al tempo stesso, necropolitico (di controllo top-down dei processi e di auto-correzione immunitaria delle deviazioni). La violenza etica comincia, tuttavia, all’interno della più piccola formazione identitaria dopo l’individuo, la famiglia.

Se vi prendete il godimento, esso è un vostro diritto; ma se lo agognate soltanto, senza prendervelo, esso resterà quel che era prima: un “diritto meritatamente acquisito” di chi ha il provilegio di godere. Resterà un suo diritto, così come diventerebbe vostro se ve lo prendeste.

Max Stirner

Se, nel caso dell’essere umano, il cucciolo è desiderio auto-riferito e auto-sufficiente (come scrive Freud: attraversamento puro di tutte le posizioni perverse), ciò che si contrappone a questa immediata potenza dirompente è la sua fastidiosa impotenza reale. L’insufficienza del bambino a fare autonomamente fronte ai suoi stessi bisogni lo costringe tra le braccia delle figure genitoriali. La tempesta di fastidiosi stimoli interiori ed esteriori, scarsamente malleabili, combinata all’immaturità motoria e cognitiva, stabilisce la dipendenza del bambino dall’altro da sé. Se, a questo punto, il linguaggio avrà correttamente giocato la parte normativa, e l’autorità genitoriale quella regolativa, il bambino sarà pronto ad accedere all’impianto della legge, completando la sua soggettivazione. L’ordine simbolico, agendo sugli stadi evolutivi del bambino, accompagnandolo dalla culla alla tomba, rappresenta il Nome del Padre, il dispositivo verticale che organizza le energie libidinali del soggetto; l’insieme dell’apparato normo-rego-legislativo può essere idealmente racchiuso all’interno della membrana di questa macchina astratta, l’Ordine (simbolico: l’Altro, ovvero la struttura disincarnata e diffusa della “macchina di dominio/apparato di cattura”).

Divenuto adulto, il soggetto umano (“assoggettato al” e “soggettivato dal” dispositivo di controllo), si ritroverà immobilizzato tra il risentimento, ossia una sorta di disgusto auto-riferito per l’inevitabile dipendenza dall’Altro, e il desiderio di un’indipendenza ormai impossibile. Seguendo uno schema di propagazione virale, il soggetto adulto, psichicamente scisso e dissociato, trascorre parte della sua esistenza cosciente normalizzando e disciplinando gli individui non ancora as-soggettati. L’eccedenza, il “di più” deviante, viene strategicamente dispersa sotto forma di energia entropica, di bizzarria all’interno di un processo evolutivo prevedibile, lineare e definitivo.

L’impotenza dell’organismo inibito è, perciò, il sintomo di una potenza (da intendersi come la facoltà di produrre possibile), eccessiva ed eccedente, concentrata e compressa dalle pressioni selettive dell’ambiente. Ne è testimone il corpo non edipizzato del bambino: una superficie aperta al godimento perverso e diffuso – polimorfo. L’assenza di zone erogene, precedente alla regolazione dei traffici libidinali, consentirebbe un’esperienza del corpo come totalità aperta (una sorta di insieme transfinito). Il corpo “schizofrenico” del bambino è tutto flussi e tensioni, velocità e differenze di velocità, è erogeno nella sua interezza: un corpo né forme né deforme né informe; né maschile né femminile né ermafrodita né eunuco (come più volte sottolineato negli scritti di A. O. Spare). Totalità che si concretizza sulla superfice epidermica, elettricamente carica, del corpo.

Senza l’intervento della violenza fisica e simbolica − senza l’abbraccio e la cinghia genitoriale − identità, credenze e regole scivolano sul corpo disorganizzato del bambino: un bambino che diviene anormale, deviante, patologico e disadattato; irrecuperabile. Tale è il caso dei bambini selvaggi. Si tratta, tuttavia, di casi limite, frutto dell’abbandono e di ben più prosaici maltrattamenti, che non potrebbero servire da argomenti da opporre a un’anti-pedagogia, una “schizo-pedagogia” che favorisca l’accrescimento della potenza alla soggettivazione e all’individuazione psichica. Il corpo-mente non edipizzato del bambino, sebbene si presenti come attualmente non-autosufficiente, lo è virtualmente: fecondamente aperto a un’educazione all’indipendenza; avendo tutto in sé e non mancando di nulla, esso ha persino troppo. Possiederebbe troppo non perché esso sia come una monade, ma proprio perché si tratterebbe di una totalità aperta, attraverso la quale transita il molteplice, senza una precisa organizzazione o una gerarchia. La ribollente incompletezza caotica del desiderio fa da sfondo alla pienezza della vita molteplice.

Come magnificamente espresso da Edmund Berger in un recente post su D.I.R.:

Do what thou wilt is the challenge that anarchy intones, but to accept it is to enter into a demon’s pact (the Anarch here becoming an anomalous agent, a Sorcerer). Freedom might be found stepping towards that threshold, but at the absolute risk of everything. Balance is precarious, and the threat of complete submersion whips and batters.

 

 

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Pubblicato da

Claudio Kulesko

Claudio Kulesko (Roma 1991) studia alla facoltà di filosofia di Roma Tre. Si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari e delle implicazioni scientifiche della schizoanalisi. Il suo campo di ricerca si estende, tuttavia, all’ecosofia (ha collaborato con la rivista “Alphaville - per un’ecosofia del futuro”), al realismo speculativo, alla filosofia delle scienze, alla theory-fiction, al pessimismo filosofico e all’opera di Georges Bataille.

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